Un cuore pieno non può seguire una testa vuota

In amore l’errore è voler cambiare le persone che si hanno di fronte. L’amore invece ha bisogno di riconoscimento e anche di spontaneità. E ciò che uccide la spontaneità è il giudizio, che nelle relazioni è vissuto sempre come negativo. Ci sono, infatti, due modi per “portare” delle critiche: in maniera costruttiva, un modo che costruisce appunto, che fa bene, che aiuta, nonostante il giudizio che ci potrebbe indisporre. E in maniera manipolativa, che non aiuta a un cambiamento propositivo ma che è funzionale solo a chi lo fa: per stile comunicazionale, per rabbia, per potere. In questo secondo caso non c’è vera relazione a due ma solo prevaricazione di uno sull’altro e una conseguente dipendenza. La dipendenza, infatti, può avere tante forme: da una bottiglia, da una sostanza, dal gioco, dal cibo, dal lavoro… Quella affettiva dipende da un cuore, da una aspettativa, da una presenza.

Nel nostro caso, infatti, l’oggetto della dipendenza non è un oggetto in senso letterale: è una relazione. Può trattarsi di dipendenza parentale, amorosa o sessuale, ma si può sviluppare anche nei rapporti di amicizia, al lavoro, nell’ambito di una terapia. Quello che però la caratterizza è la subordinazione dell’uno verso l’altro. Si tratta, quindi, di rapporti malsani, non egualitari, che non rispettano la dignità e il valore delle persone coinvolte. A essere chiamato in causa è l’amore, talvolta mascherato d’affetto, da desiderio di riconoscimento sul lavoro o da amicizia simbiotica. Sì, il tema è l’amore, ma nella interpretazione di una sua insaziabile mancanza, di un insostenibile timore di perdere un rapporto. È un bisogno d’amore eccessivo, compulsivo. Un bisogno che porta con sé un comportamento sottomesso e un’angoscia di separazione. Questa dismisura, questa impotenza e questa perdita totale della propria autonomia emotiva caratterizzano la dipendenza affettiva, un male che genera sofferenza.

Il contrario della dipendenza è proprio l’autonomia. Ovvero, non cedere agli altri la propria libertà e responsabilità di scegliere e non delegare solo a questi la propria ricerca di felicità. In tale caso, la persona non resta più in contatto con le proprie emozioni. Le vive per procura. E la dipendenza affettiva è l’antitesi dell’amore verso di sé perché perde di vista il valore e la fiducia in sé stessi. Si esprime nel voler essere amati a ogni costo, senza sapere cosa significhi amare se stessi, e nel farsi spettatori passivi della propria vita. Dipendenza affettiva, perciò, non è il fatto di amare troppo, di essere troppo gentili o troppo premurosi, ma tutt’altro.

E questo il caso di Anna, 20 anni, che nonostante le persone a lei vicino, le amiche, i familiari che le facevano notare questa disparità nella relazione a due che stava vivendo, era sorda a qualsiasi suggerimento di chi le voleva bene. Poi, è avvenuto un click interiore, un segnale emotivo che le ha fatto prendere la prima decisione: ammettere di essere vulnerabile. Non si tratta di un passaggio facile ma il giusto supporto può aiutare a lavorare su due piani paralleli. Da un lato quello del gestire il disagio che la persona prova, dall’altro entrare in contatto col proprio mondo emotivo, rieducandosi all’ascolto di sé e alla tolleranza verso le emozioni difficili e faticose. Dall’altro, serve a valorizzare i propri desideri e le proprie aspettative e custodendo la propria autonomia emotiva e facendo amicizia anche con la propria solitudine e imparando a occuparci delle tre C: cuore, corpo e cervello. Questo e quello che è successo ad Anna perché imparare ad amarsi meglio, per poi saper amare meglio, a volte significa arrivare anche a dire: amavo il tuo sorriso ma ho preferito il mio.

Articolo pubblicato sul settimanale “Vita del Popolo” del 30.03.2025 a firma di Francesco Forcolin, psicoterapeuta, psicologo e sessuologo clinico del Consultorio del Centro della Famiglia di Treviso

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